Il benessere degli italiani mostra segnali di miglioramento, ma le distanze tra territori e gruppi sociali restano profonde. È quanto emerge dalla tredicesima edizione del Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes), presentata dall’Istat il 26 ottobre 2026. Dei 132 indicatori confrontabili con l’anno precedente, 54 registrano un miglioramento, 55 rimangono sostanzialmente stabili e 23 peggiorano. Il risultato descrive un’evoluzione complessivamente favorevole, accompagnata da differenze che riguardano occupazione, istruzione, condizioni economiche e opportunità di accesso ai servizi.
Il documento, riferito prevalentemente al 2025, utilizza 148 indicatori distribuiti in dodici domini per analizzare la qualità della vita della popolazione. La misurazione del benessere equo e sostenibile in Italia comprende aspetti che le statistiche economiche tradizionali non riescono a rappresentare completamente, dalla salute alla sicurezza, dalla qualità dell’ambiente alle relazioni sociali.
La fotografia restituita dall’Istituto nazionale di statistica è particolarmente significativa sul piano territoriale. Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige nelle sue due Province autonome e diverse regioni del Centro-Nord presentano condizioni generalmente migliori della media nazionale. Campania, Puglia e Calabria mostrano invece risultati inferiori al riferimento italiano in almeno dieci dei dodici ambiti esaminati.
La crescita del benessere, dunque, non procede ovunque alla stessa velocità. E alcuni risultati positivi, come quelli relativi alla speranza di vita e alla sicurezza, convivono con ritardi strutturali nella partecipazione al lavoro e nella formazione.
Come si misura la qualità della vita attraverso 148 indicatori
Il progetto Bes nasce nel 2010, anche sulla scia del dibattito internazionale avviato dalla Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi sui limiti del prodotto interno lordo come misura del progresso. L’obiettivo è affiancare alle informazioni economiche una rappresentazione più articolata delle condizioni in cui vivono le persone.
Il Pil misura il valore della produzione economica, ma non descrive direttamente la distribuzione delle opportunità, lo stato di salute della popolazione o la qualità dell’ambiente. Due territori con livelli simili di ricchezza possono presentare differenze considerevoli nell’accesso all’istruzione, nei servizi sanitari, nella sicurezza e nelle possibilità di conciliare lavoro e famiglia.
Il sistema utilizzato dall’Istat comprende dodici domini: salute, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico, relazioni sociali, politica e istituzioni, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ambiente, innovazione, ricerca e creatività, qualità dei servizi.
Il Bes non produce un unico punteggio nazionale capace di riassumere tutti questi aspetti. Gli indicatori mantengono caratteristiche e unità di misura differenti. La loro interpretazione richiede quindi di considerare separatamente i fenomeni osservati e di valutare le relazioni tra le diverse dimensioni.
La metodologia permette inoltre di esaminare le disuguaglianze attraverso disaggregazioni territoriali e demografiche. Quando i dati lo consentono, le serie statistiche vengono distinte per regione, sesso, classe di età e titolo di studio, anche attraverso combinazioni di queste caratteristiche.
Un elemento metodologico riguarda gli anni di riferimento. Sebbene l’edizione sia pubblicata nel 2026 e abbia come periodo principale il 2025, non tutte le statistiche si riferiscono necessariamente allo stesso anno. La disponibilità delle informazioni dipende dalle rilevazioni e dai tempi di aggiornamento delle singole fonti. Per questo i confronti devono essere effettuati sulle serie effettivamente disponibili, evitando di attribuire automaticamente al 2025 ogni risultato contenuto nel rapporto.
Il divario territoriale resta evidente, soprattutto nel lavoro e nelle condizioni economiche
La distribuzione geografica degli indicatori conferma una delle caratteristiche più persistenti del sistema italiano: il divario tra Centro-Nord e Mezzogiorno.
Secondo la sintesi Istat, tutte le regioni settentrionali e centrali, con l’eccezione del Lazio, presentano risultati superiori alla media nazionale per almeno metà degli indicatori disponibili a livello regionale. Nel Mezzogiorno, escluso l’Abruzzo, prevalgono invece gli indicatori con valori peggiori rispetto al dato italiano.
Il Friuli-Venezia Giulia e le Province autonome di Trento e Bolzano raggiungono risultati medi superiori al riferimento nazionale in almeno dieci domini su dodici. La situazione opposta riguarda Campania, Puglia e Calabria, che presentano condizioni meno favorevoli in almeno dieci ambiti.
Questi confronti non costituiscono una classifica assoluta delle regioni. Riassumono la posizione dei territori nei diversi domini, senza cancellare le differenze tra gli indicatori che li compongono.
Le distanze più marcate riguardano lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico e relazioni sociali. Si tratta di dimensioni strettamente connesse alla possibilità di costruire percorsi di autonomia, mantenere condizioni materiali adeguate e partecipare alla vita collettiva.
Il quadro territoriale presenta comunque eccezioni. Abruzzo e Sardegna mostrano in diversi ambiti risultati vicini alla media nazionale, mentre alcuni territori del Centro-Nord registrano difficoltà specifiche. Nel dominio dell’innovazione, ricerca e creatività, per esempio, emergono ritardi anche in Valle d’Aosta e Liguria.
La misurazione del benessere equo e sostenibile in Italia consente quindi di superare una lettura rigidamente geografica delle disuguaglianze. La posizione di una regione cambia a seconda che si osservino il mercato del lavoro, la sicurezza, l’ambiente oppure la disponibilità di opportunità formative.
Istruzione e occupazione, il confronto europeo evidenzia i ritardi italiani
Il confronto con gli altri Paesi dell’Unione europea offre ulteriori elementi per interpretare i risultati nazionali. Il rapporto utilizza 40 indicatori per i quali sono disponibili dati comparabili con la media dei ventisette Stati membri.
Su questo insieme, l’Italia presenta condizioni più favorevoli in dodici indicatori e meno favorevoli in diciotto. Le differenze maggiori emergono nell’istruzione, nel lavoro e nell’innovazione.
Le quote di popolazione con almeno il diploma e di laureati risultano inferiori alla media europea rispettivamente di 14,2 e 13,7 punti percentuali. I divari sono leggermente più accentuati nella componente maschile.
Anche le competenze digitali mostrano una distanza significativa. La quota di persone con competenze almeno di base si attesta al 54,3% in Italia, contro il 60,4% della media UE27, secondo i dati riportati nel confronto del Bes 2026.
Il dato assume particolare rilevanza considerando che le competenze digitali influenzano ormai l’accesso a numerose opportunità professionali, ai percorsi di formazione e ai servizi disponibili online. Una diffusione disomogenea di queste capacità può ampliare le differenze tra persone con livelli di istruzione differenti e tra generazioni.
Sul fronte dei giovani, la quota di persone che non lavorano e non partecipano a percorsi di istruzione o formazione, identificate dall’indicatore Neet, è pari al 13,3% in Italia, rispetto all’11% della media europea.
La distanza riguarda una condizione specifica e non coincide automaticamente con la disoccupazione giovanile. L’indicatore comprende infatti persone che non risultano occupate e non frequentano attività formative, indipendentemente dal fatto che stiano cercando attivamente un impiego.
Il mercato del lavoro presenta una criticità ancora più evidente nella partecipazione femminile. Il tasso di occupazione italiano risulta inferiore di 8,5 punti percentuali alla media europea. La differenza raggiunge 13,3 punti tra le donne, mentre si limita a 3,8 punti tra gli uomini.
Questi risultati indicano che il ritardo italiano non può essere spiegato esclusivamente attraverso il numero complessivo degli occupati. Le differenze di genere hanno un peso determinante e richiedono di considerare anche le condizioni che influenzano la partecipazione lavorativa, compresa la disponibilità di servizi per l’infanzia e di strumenti di conciliazione.
Il rapporto segnala inoltre difficoltà relative al part-time involontario, una condizione nella quale il lavoro a tempo parziale non corrisponde alla scelta della persona occupata. Lo scostamento rispetto alla media europea è particolarmente pronunciato tra le donne, con una differenza di 8,2 punti percentuali secondo il confronto presentato dall’Istat.
Salute, l’Italia mantiene un vantaggio rispetto alla media europea
La salute rappresenta uno degli ambiti nei quali l’Italia registra risultati comparativamente favorevoli.
La speranza di vita alla nascita si colloca 2,2 anni sopra la media dell’Unione europea, con un vantaggio di 2,7 anni per gli uomini e 1,6 anni per le donne, secondo i dati comparativi utilizzati nel rapporto.
Il risultato conferma la posizione relativamente favorevole dell’Italia in un indicatore demografico fondamentale, ma non esaurisce la valutazione delle condizioni sanitarie della popolazione.
La speranza di vita misura infatti il numero medio di anni che una persona potrebbe vivere se rimanessero costanti i livelli di mortalità osservati. Non indica quanti di questi anni saranno trascorsi in buona salute o senza limitazioni nelle attività quotidiane.
La distinzione è rilevante soprattutto in una popolazione caratterizzata da un progressivo invecchiamento. Per valutare le condizioni effettive delle persone occorre considerare anche la presenza di malattie croniche, le limitazioni funzionali, la salute percepita e le possibilità di ricevere assistenza.
Un altro risultato favorevole riguarda la mortalità evitabile. Il valore italiano riportato dall’Istat è pari a 16 decessi standardizzati per 10.000 residenti, contro 23,8 nell’Unione europea.
Questo indicatore considera i decessi che, entro determinate età e secondo criteri statistici condivisi, potrebbero essere evitati attraverso efficaci interventi di prevenzione o cure tempestive e appropriate.
La standardizzazione consente di confrontare popolazioni con strutture demografiche differenti, riducendo l’effetto della diversa composizione per età.
Il vantaggio nazionale non significa tuttavia che l’accesso alle cure sia uniforme. La qualità dell’assistenza, i tempi di attesa, la disponibilità di personale sanitario e la distribuzione territoriale dei servizi rimangono questioni distinte, che richiedono indicatori specifici.
Nell’analisi del benessere equo e sostenibile in Italia, la longevità rappresenta dunque un risultato significativo, da interpretare insieme alle condizioni nelle quali vengono vissuti gli anni di vita.
Sicurezza e ambiente non seguono sempre la divisione tra Nord e Sud
La distribuzione territoriale dei fenomeni legati alla sicurezza presenta caratteristiche differenti rispetto a quelle osservate per occupazione e reddito.
Nel dominio della sicurezza, le regioni del Mezzogiorno, con l’eccezione della Campania, mostrano risultati migliori della media nazionale. Le grandi aree metropolitane del Centro-Nord risultano invece penalizzate dalla maggiore incidenza di reati predatori e violenze.
L’Istat segnala in particolare il Lazio, seguito da Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana.
Questa distribuzione richiede una lettura attenta. Gli indicatori di sicurezza comprendono fenomeni diversi, che possono riguardare i reati registrati, la vittimizzazione e le percezioni dei cittadini. Un territorio può ottenere risultati relativamente favorevoli per alcune tipologie di reato e meno favorevoli per altre.
Il confronto europeo evidenzia inoltre che il tasso italiano di omicidi volontari è più favorevole rispetto alla media UE27, sia per gli uomini sia per le donne.
Il risultato non deve essere esteso automaticamente a tutte le forme di criminalità. La sicurezza personale dipende da fenomeni con caratteristiche e distribuzioni differenti, mentre la percezione di insicurezza può risentire anche delle condizioni degli spazi pubblici e delle esperienze individuali.
Una situazione territorialmente articolata emerge anche nel dominio ambientale.
Gli indicatori dedicati all’ambiente permettono di osservare condizioni che incidono sulla qualità della vita e sulla sostenibilità nel tempo, come l’inquinamento, la disponibilità di risorse naturali e le caratteristiche del territorio.
La qualità dell’aria, per esempio, interessa direttamente la salute della popolazione, mentre la gestione delle risorse idriche e l’esposizione ai rischi ambientali possono influenzare la continuità dei servizi e le condizioni di abitabilità.
L’analisi richiede però di distinguere i singoli fenomeni. Un risultato favorevole relativo a un indicatore ambientale non dimostra necessariamente una buona situazione complessiva in materia di sostenibilità.
La stessa Istat rileva che ambiente, sicurezza e benessere soggettivo presentano differenze territoriali che non coincidono sistematicamente con la tradizionale separazione economica tra Nord e Sud.
Reddito e condizioni materiali, perché la crescita economica non basta
Il benessere economico costituisce uno dei dodici domini del Bes, ma viene osservato attraverso informazioni più articolate rispetto alla sola disponibilità media di reddito.
La distribuzione delle risorse, il rischio di povertà e la capacità delle famiglie di sostenere le spese quotidiane permettono di comprendere quanto le condizioni materiali siano effettivamente diffuse nella popolazione.
Nel confronto europeo del rapporto 2026, l’Italia presenta un rischio di povertà superiore di 2,3 punti percentuali alla media UE27.
Risultano sfavorevoli anche gli indicatori relativi alla grande difficoltà ad arrivare a fine mese e alla disuguaglianza del reddito disponibile.
Questi risultati non descrivono fenomeni identici. Il rischio di povertà è una misura relativa, costruita rispetto alla distribuzione dei redditi, mentre la difficoltà ad arrivare a fine mese riguarda la capacità dichiarata delle famiglie di affrontare le proprie necessità economiche.
La disuguaglianza del reddito disponibile misura invece come le risorse economiche siano distribuite tra i diversi gruppi della popolazione.
L’Italia presenta contemporaneamente risultati relativamente migliori della media europea per il sovraccarico del costo dell’abitazione e per la grave deprivazione materiale e sociale.
La coesistenza di questi dati mostra perché sia necessario evitare giudizi costruiti su una singola percentuale. Le condizioni economiche delle famiglie dipendono da elementi differenti e possono migliorare in un ambito senza produrre cambiamenti equivalenti negli altri.
Anche il rapporto tra reddito e qualità dei servizi è rilevante. La possibilità di utilizzare trasporti pubblici, strutture sanitarie, scuole e servizi per la prima infanzia può incidere sulle spese familiari e sulle opportunità individuali.
Il benessere equo e sostenibile in Italia viene quindi misurato considerando sia le risorse economiche disponibili sia le condizioni che consentono alle persone di utilizzarle per soddisfare esigenze concrete.
Servizi pubblici e infrastrutture, una componente essenziale del benessere
La qualità dei servizi è un dominio autonomo del sistema Bes. La scelta metodologica riconosce che la disponibilità di risorse economiche non garantisce automaticamente l’accesso alle prestazioni necessarie nella vita quotidiana.
Trasporti, servizi sanitari, assistenza, infrastrutture e strumenti digitali influenzano la possibilità di studiare, lavorare, ricevere cure e partecipare alle attività sociali.
La distribuzione territoriale delle infrastrutture assume particolare importanza nelle aree interne, nei piccoli comuni e nei territori meno densamente popolati, dove le distanze fisiche possono rappresentare un ostacolo aggiuntivo.
Gli indicatori sui servizi permettono di esaminare aspetti differenti, dalla presenza delle infrastrutture alle difficoltà incontrate dai cittadini nell’accesso ad alcune prestazioni.
È necessario distinguere la disponibilità formale di un servizio dalla sua effettiva fruibilità. Una struttura presente sul territorio non garantisce necessariamente tempi di accesso adeguati, continuità delle prestazioni o possibilità di utilizzo da parte di tutta la popolazione.
Lo stesso principio vale per la connettività digitale. La copertura di una rete e le competenze necessarie per utilizzare i servizi online sono due dimensioni diverse. Una buona infrastruttura non elimina automaticamente le difficoltà di accesso delle persone con minori capacità digitali.
La disponibilità delle informazioni territoriali e delle serie storiche rende questi indicatori utili anche per valutare gli interventi pubblici. Un miglioramento osservato dopo un investimento non dimostra, da solo, che l’investimento ne sia la causa, ma può contribuire a verificare se le condizioni della popolazione stiano cambiando nella direzione prevista.
Dieci anni di cambiamenti e i limiti dei confronti statistici
L’edizione 2026 dedica particolare attenzione al periodo 2014-2025, esaminando le trasformazioni più recenti attraverso gli indicatori per i quali sono disponibili serie confrontabili.
Dei 133 indicatori utilizzabili per il confronto di lungo periodo, 70 migliorano e 24 peggiorano. Per i restanti 39 non è possibile individuare una tendenza univoca.
Il risultato offre una prospettiva diversa rispetto al confronto con l’anno precedente. Alcuni fenomeni possono attraversare oscillazioni temporanee senza modificare la propria traiettoria di lungo periodo. Altri possono registrare un miglioramento recente pur rimanendo lontani dai livelli osservati in passato.
Nell’anno del centenario dell’Istat, il rapporto propone inoltre un approfondimento storico su dodici indicatori, uno per ciascun dominio, ricostruendo quando possibile trasformazioni che risalgono al secondo dopoguerra.
L’estensione temporale permette di collocare alcuni cambiamenti all’interno di processi demografici, economici e sociali di lunga durata.
La lettura delle serie richiede tuttavia attenzione alle definizioni statistiche, alla disponibilità dei dati e alle eventuali modifiche metodologiche. Non tutti gli indicatori possiedono la stessa profondità storica e non ogni confronto può essere effettuato utilizzando periodi identici.
La nota metodologica e l’appendice statistica che accompagnano il rapporto sono essenziali proprio per ricostruire definizioni, fonti, anni di riferimento e possibilità di disaggregazione.
Un ulteriore limite riguarda l’interpretazione delle variazioni. Il fatto che 54 indicatori migliorino rispetto all’anno precedente non significa che il benessere nazionale sia cresciuto di una percentuale corrispondente. Gli indicatori hanno pesi, unità di misura e significati differenti, e il loro conteggio non costituisce un indice sintetico.
Innovazione e ricerca, il ritardo che può condizionare le opportunità future
Tra le criticità individuate dal rapporto emerge il posizionamento italiano nell’innovazione, nella ricerca e nelle attività ad alta intensità di conoscenza.
L’intensità di ricerca, misurata attraverso la spesa in ricerca e sviluppo in rapporto al prodotto interno lordo, si attesta all’1,40% in Italia, contro il 2,26% della media europea.
Il divario riguarda una componente importante della capacità di sviluppare conoscenze, tecnologie e nuove competenze.
Anche la quota di lavoratori della conoscenza presenta uno scostamento negativo di 8,1 punti percentuali rispetto alla media UE27.
Si tratta di informazioni particolarmente rilevanti quando vengono considerate insieme ai ritardi nell’istruzione terziaria e nelle competenze digitali. La formazione avanzata, la ricerca e l’occupazione qualificata rappresentano dimensioni collegate, pur senza poter dedurre automaticamente un rapporto causale dai soli dati aggregati.
Il rapporto registra invece un andamento relativamente favorevole degli investimenti in proprietà intellettuale, che crescono a un ritmo superiore alla media europea, pur rimanendo al di sotto delle dinamiche osservate in alcuni importanti Stati membri.
Questa differenza conferma che anche all’interno dello stesso dominio possono convivere risultati positivi e criticità strutturali.
Il valore del benessere equo e sostenibile in Italia come strumento statistico risiede proprio nella possibilità di osservare queste differenze senza ridurle a una valutazione complessiva indistinta.
La pubblicazione dell’appendice statistica e della dashboard interattiva consente di approfondire le serie disponibili, selezionando territori e caratteristiche della popolazione. Per le amministrazioni pubbliche, queste informazioni possono diventare un riferimento nella definizione delle priorità di intervento, soprattutto quando le medie nazionali nascondono condizioni molto differenti.
Un confronto tra regioni, per esempio, può evidenziare una distanza nell’occupazione femminile; l’analisi per età e titolo di studio può aiutare a individuare quali gruppi contribuiscano maggiormente a quella differenza. La successiva valutazione delle politiche richiede però ulteriori informazioni sulle cause e sugli effetti degli interventi.
Il Rapporto Bes 2026 mette a disposizione una base statistica articolata per questo lavoro: 148 indicatori, dodici domini e serie storiche consultabili con disaggregazioni territoriali e sociali, nei limiti della disponibilità dei dati. La possibilità di passare dal valore nazionale alle condizioni di specifici gruppi della popolazione rappresenta uno degli elementi più utili per individuare disuguaglianze che le sole medie economiche non riescono a mostrare.
