Il cardo mariano compare nei trattati di medicina naturale europei da molti secoli, soprattutto in relazione ai disturbi del fegato e della digestione. Le testimonianze più antiche risalgono all’età greco-romana, mentre la moderna fitoterapia utilizza preparazioni ottenute prevalentemente dai frutti maturi della pianta, nei quali si concentra un complesso di sostanze conosciuto come silimarina.
La continuità tra gli impieghi storici e i prodotti attualmente disponibili è però meno diretta di quanto possa sembrare. Le preparazioni descritte negli erbari del passato differivano per parti vegetali utilizzate, modalità di lavorazione e composizione. Gli estratti moderni, invece, vengono ottenuti attraverso processi controllati che consentono di caratterizzare e, in alcuni casi, standardizzare il contenuto dei principali costituenti chimici.
Anche il riconoscimento della tradizione erboristica da parte delle autorità europee richiede una distinzione precisa. L’Agenzia europea per i medicinali, attraverso le proprie monografie, riconosce determinati impieghi tradizionali del cardo mariano, ma questo riconoscimento non equivale alla dimostrazione clinica della sua efficacia nel trattamento delle malattie epatiche.
Una pianta mediterranea entrata nella storia dell’erboristeria europea
Il nome botanico del cardo mariano è Silybum marianum (L.) Gaertn., specie appartenente alla famiglia delle Asteraceae. Secondo la classificazione dei Royal Botanic Gardens di Kew, il suo areale originario comprende la regione mediterranea e territori che si estendono verso l’Asia centrale e l’India. La pianta è stata successivamente introdotta in numerose altre aree geografiche.
Si tratta di una specie erbacea annuale o biennale, riconoscibile per le grandi foglie verdi attraversate da evidenti venature biancastre, i margini spinosi e i capolini con fiori generalmente porpora. Cresce anche in ambienti disturbati, lungo i margini dei campi e nei terreni incolti.
Le caratteristiche delle foglie hanno contribuito alla diffusione del nome popolare. Una tradizione religiosa europea collegava infatti le macchie bianche al latte della Vergine Maria. Si tratta di una spiegazione appartenente al patrimonio simbolico e popolare, senza significato botanico o farmacologico.
Sul piano storico, le testimonianze relative agli impieghi medicinali sono più interessanti. Il National Cancer Institute statunitense, nella propria documentazione dedicata al cardo mariano, ricorda i riferimenti contenuti nelle opere attribuite a Dioscoride e Plinio il Vecchio.
Dioscoride, medico e autore greco del I secolo, descriveva impieghi della pianta legati anche ai morsi di serpente. Plinio ne riportava invece un uso associato alla bile. Queste testimonianze documentano la presenza della specie nella medicina antica, ma devono essere interpretate considerando le conoscenze e le classificazioni delle malattie disponibili all’epoca.
Durante il Medioevo, il cardo mariano continuò a comparire nella tradizione medicinale europea, soprattutto in relazione ai disturbi epatici. Nei secoli successivi fu ripreso anche dalla letteratura erboristica britannica. Nicholas Culpeper, autore inglese del Seicento, lo associava ai problemi del fegato e della milza.
L’interpretazione storica richiede cautela. Termini come ostruzione epatica, congestione del fegato o alterazione della bile non corrispondono necessariamente a diagnosi riconoscibili nella medicina contemporanea. Allo stesso modo, la presenza di un rimedio in testi molto antichi dimostra la diffusione di una pratica, non la sua efficacia terapeutica.
Perché la parte utilizzata in fitoterapia è il frutto
La pianta intera possiede una storia di impieghi alimentari ed erboristici, ma la moderna documentazione farmaceutica europea si concentra soprattutto sui frutti.
La denominazione latina Silybi mariani fructus, utilizzata dall’Agenzia europea per i medicinali, identifica precisamente questa materia prima vegetale.
Nel linguaggio comune si parla frequentemente di semi di cardo mariano. Dal punto di vista botanico, tuttavia, la parte raccolta è un frutto secco, comunemente definito achenio, che contiene il seme. La distinzione è significativa perché la droga vegetale descritta nelle monografie farmaceutiche corrisponde ai frutti maturi, opportunamente preparati.
Questi piccoli frutti presentano una superficie generalmente bruna, con screziature più scure, e sono originariamente associati a una struttura piumosa che favorisce la dispersione. Nella materia prima farmaceutica il pappo viene eliminato.
La Farmacopea europea stabilisce specifiche caratteristiche qualitative per i frutti di Silybum marianum, comprendendo l’identificazione della droga e il controllo dei suoi costituenti. Tra i parametri previsti compare un contenuto minimo di silimarina, espresso come silibinina, nella droga essiccata.
Il frutto contiene anche oli, proteine e altre sostanze vegetali. L’interesse fitoterapico, tuttavia, si è concentrato principalmente sulla silimarina, una miscela di composti appartenenti soprattutto alla classe dei flavonolignani.
Tra i componenti più studiati figurano silibina, isosilibina, silicristina e silidianina. La silibina, conosciuta anche come silibinina, rappresenta uno dei costituenti maggiormente approfonditi nella ricerca farmacologica.
Questa composizione spiega perché la semplice presenza della pianta in una preparazione non permetta di stabilire quanta silimarina venga effettivamente assunta. La concentrazione dei costituenti dipende dalla materia prima, dal procedimento di estrazione e dalle caratteristiche del prodotto finale.
Dalla coltivazione alla raccolta: il problema della maturazione dei frutti
Il cardo mariano è una specie che può crescere spontaneamente in condizioni ambientali differenti, ma la produzione destinata alla trasformazione erboristica richiede una gestione agronomica specifica.
Una revisione pubblicata nel 2022 sulla rivista scientifica Agronomy, dedicata alle potenzialità agricole di Silybum marianum, ha esaminato le caratteristiche della coltura, le tecniche produttive e i principali problemi legati alla raccolta.
La pianta mostra una buona capacità di adattamento e può essere coltivata anche in ambienti caratterizzati da limitazioni agronomiche. Questo non significa che ogni terreno sia ugualmente produttivo o che la qualità dei frutti rimanga costante indipendentemente dalle condizioni di crescita.
Disponibilità idrica, caratteristiche del suolo, andamento climatico e gestione della coltivazione possono influenzare lo sviluppo vegetativo e la produzione. Anche il contenuto dei metaboliti di interesse può variare in relazione a fattori genetici e ambientali.
Una delle difficoltà principali riguarda la maturazione non uniforme dei capolini.
I frutti non raggiungono necessariamente la maturità nello stesso momento. Durante il ciclo produttivo possono quindi essere presenti sulla medesima pianta capolini in fasi differenti, con conseguenze dirette sull’organizzazione della raccolta.
Attendere che tutti siano completamente maturi può provocare perdite di prodotto, perché i frutti già pronti tendono a disperdersi. Anticipare eccessivamente l’operazione, al contrario, può compromettere la qualità della materia prima.
La letteratura agronomica documenta questa difficoltà come uno degli aspetti più delicati della coltivazione commerciale. La scelta del momento di raccolta richiede quindi un compromesso tra resa produttiva, maturazione e qualità dei frutti.
Al termine della raccolta, la materia prima viene sottoposta alle lavorazioni necessarie per la conservazione e per i successivi impieghi. Essiccazione, pulizia e rimozione delle parti estranee permettono di ottenere un materiale vegetale più omogeneo.
Per le filiere medicinali, alle caratteristiche agronomiche si aggiungono requisiti di identificazione botanica, tracciabilità e controllo della qualità. La raccolta spontanea, pur appartenendo alla storia dell’erboristeria, non offre automaticamente le medesime garanzie di una produzione sottoposta a verifiche documentate.
Infusi ed estratti: preparazioni diverse per composizione e concentrazione
Nella tradizione erboristica europea il cardo mariano è stato utilizzato attraverso differenti preparazioni, comprese quelle ottenute dai frutti essiccati e ridotti in frammenti o in polvere.
L’infuso rappresenta una delle forme più semplici e storicamente diffuse di impiego delle droghe vegetali. L’acqua calda entra in contatto con il materiale botanico e favorisce il passaggio nella fase liquida delle sostanze compatibili con questo tipo di estrazione.
Nel caso del cardo mariano esiste però una limitazione chimica rilevante: la silimarina presenta una scarsa solubilità in acqua.
Di conseguenza, una preparazione acquosa non può essere considerata equivalente a un estratto concentrato e standardizzato. La quantità e la composizione delle sostanze trasferite nell’infuso possono essere sensibilmente differenti da quelle ottenute mediante solventi impiegati nei processi industriali.
L’Agenzia europea per i medicinali contempla, nella monografia dedicata ai frutti della pianta, diverse forme di preparazione, tra cui la droga vegetale frammentata destinata alle tisane, la polvere e specifici estratti.
Per gli estratti vengono utilizzati processi nei quali il materiale vegetale entra in contatto con solventi capaci di sciogliere determinate sostanze. Il solvente può essere successivamente allontanato, completamente o parzialmente, fino a ottenere estratti secchi o molli.
La scelta del solvente è determinante per la composizione del prodotto. Preparazioni ottenute con etanolo, acetone o acetato di etile non possono essere considerate automaticamente intercambiabili, perché i procedimenti possono modificare la quantità e il profilo dei composti estratti.
La differenza riguarda anche la concentrazione.
Un estratto secco può essere caratterizzato attraverso il rapporto tra la quantità di droga vegetale impiegata e quella dell’estratto ottenuto. Questo parametro, indicato con la sigla DER, dall’inglese Drug Extract Ratio, consente di descrivere un aspetto del processo produttivo.
Il DER, da solo, non indica però la quantità esatta di ogni singolo componente presente. Per questo motivo assume rilievo anche l’eventuale standardizzazione, attraverso la quale il prodotto viene caratterizzato rispetto al contenuto di specifiche sostanze o gruppi di sostanze.
Un estratto standardizzato in silimarina offre quindi informazioni quantitative che una semplice indicazione come «polvere di cardo mariano» non fornisce.
La standardizzazione non costituisce, di per sé, una prova di efficacia clinica. Consente soprattutto un maggiore controllo della composizione e una migliore riproducibilità tra lotti, aspetti indispensabili anche per interpretare correttamente i risultati degli studi scientifici.
Il ruolo delle monografie EMA e il significato dell’uso tradizionale
Nel 2018 l’Agenzia europea per i medicinali ha pubblicato la monografia europea definitiva dedicata ai frutti di Silybum marianum, elaborata nell’ambito delle attività del Committee on Herbal Medicinal Products, conosciuto con la sigla HMPC.
Il documento rappresenta un riferimento per la valutazione dei medicinali vegetali contenenti determinate preparazioni di cardo mariano.
La monografia prende in esame le caratteristiche delle preparazioni, le indicazioni riconoscibili sulla base delle evidenze disponibili e le condizioni previste per il loro impiego.
Le conclusioni dell’HMPC riconoscono, sulla base dell’uso tradizionale, l’impiego di specifiche preparazioni dei frutti per alleviare sintomi digestivi come senso di pienezza e indigestione e per sostenere la funzione epatica, dopo che un medico abbia escluso condizioni gravi.
Il significato regolatorio dell’espressione «uso tradizionale» è particolarmente importante.
Nell’Unione europea esiste una procedura di registrazione semplificata per determinati medicinali vegetali tradizionali, disciplinata dalla normativa farmaceutica e introdotta attraverso la direttiva 2004/24/CE.
Per accedere a questa procedura occorre documentare un impiego medicinale di almeno trent’anni, di cui almeno quindici nell’Unione europea, oltre a soddisfare i requisiti previsti in materia di sicurezza, qualità e plausibilità dell’efficacia.
La registrazione tradizionale non richiede necessariamente studi clinici capaci di dimostrare l’efficacia secondo i criteri ordinariamente applicati ai medicinali autorizzati sulla base di sperimentazioni cliniche. La valutazione si fonda sulla documentazione storica, bibliografica e scientifica pertinente, entro condizioni d’uso determinate.
Esiste quindi una differenza sostanziale tra un medicinale vegetale registrato sulla base della tradizione e un medicinale la cui efficacia sia riconosciuta attraverso un percorso fondato su evidenze cliniche adeguate.
Le monografie EMA rendono questa distinzione esplicita.
Per il cardo mariano, il comitato europeo ha esaminato anche studi clinici condotti su pazienti affetti da patologie epatiche. Le ricerche presentavano tuttavia limitazioni metodologiche, campioni ridotti e differenze nelle preparazioni, nelle dosi e nella durata degli interventi.
Secondo la valutazione dell’EMA, questi elementi non consentivano di formulare conclusioni sufficientemente solide per riconoscere le indicazioni esaminate sulla base di un’efficacia clinica consolidata.
La monografia non deve inoltre essere interpretata come un’autorizzazione generale per qualsiasi prodotto contenente cardo mariano. Le sue conclusioni riguardano specifiche preparazioni e condizioni d’impiego; le autorità nazionali rimangono responsabili della valutazione dei singoli medicinali.
Dalla silimarina alla ricerca clinica: ciò che rimane da dimostrare
L’isolamento e lo studio della silimarina hanno trasformato una pianta della tradizione erboristica in un oggetto di ricerca farmacologica.
Gli studi sperimentali hanno analizzato diversi meccanismi biologici associati ai flavonolignani, compresi processi ossidativi, infiammatori e cellulari coinvolti nelle condizioni di danno epatico.
Tali osservazioni hanno contribuito all’interesse scientifico verso il cardo mariano, ma non sono sufficienti per attribuirgli risultati terapeutici certi negli esseri umani.
Il National Center for Complementary and Integrative Health, organismo dei National Institutes of Health statunitensi, segnala che le prove cliniche relative all’impiego del cardo mariano nelle malattie del fegato rimangono contrastanti o insufficienti.
Le ricerche hanno riguardato condizioni differenti, comprese patologie epatiche associate all’alcol, epatiti virali e malattia epatica steatosica.
Una delle difficoltà consiste nel confronto tra studi che utilizzano formulazioni diverse. Se cambia il contenuto di silimarina, la sua composizione o la modalità di somministrazione, diventa più complesso attribuire gli eventuali risultati a una preparazione definita.
Anche la biodisponibilità rappresenta una questione rilevante. La silimarina presenta caratteristiche che possono limitarne l’assorbimento dopo somministrazione orale. La ricerca farmaceutica ha quindi studiato formulazioni differenti per modificare la disponibilità dei suoi componenti nell’organismo.
Un aumento dell’assorbimento, tuttavia, non dimostra automaticamente un miglioramento degli esiti clinici. La conferma richiede studi adeguatamente progettati, con risultati misurabili e pertinenti alle condizioni trattate.
La distinzione è necessaria anche quando vengono considerate le conoscenze storiche. Il fatto che il cardo mariano sia stato utilizzato per secoli nei disturbi del fegato non permette di attribuire alle preparazioni tradizionali le proprietà osservate in laboratorio su singole molecole.
Controlli di qualità e differenze tra medicinali vegetali e integratori
La disponibilità commerciale del cardo mariano comprende prodotti appartenenti a categorie diverse: droghe vegetali essiccate, preparazioni erboristiche, medicinali vegetali e integratori alimentari.
La presenza dello stesso ingrediente botanico non implica che questi prodotti rispondano alle medesime regole né che possano essere presentati con le stesse indicazioni.
I medicinali vegetali devono rispettare la disciplina farmaceutica applicabile, comprese le specifiche relative alla qualità e alle condizioni d’impiego autorizzate o registrate.
Gli integratori alimentari appartengono invece alla legislazione alimentare. La loro funzione è integrare la dieta e non possono essere presentati come prodotti destinati a prevenire, trattare o guarire malattie.
Anche la quantità dichiarata in etichetta richiede attenzione. L’indicazione del peso complessivo di un estratto non coincide necessariamente con la quantità di silimarina presente. Un prodotto può riportare il contenuto di estratto, il rapporto di estrazione oppure il titolo in costituenti specifici: informazioni che descrivono aspetti differenti della formulazione.
Il controllo della materia prima rappresenta un ulteriore passaggio della filiera.
Origine botanica, condizioni di essiccazione, conservazione e processi di trasformazione influiscono sulla qualità finale. Le analisi possono riguardare l’identità della droga, i costituenti chimici caratteristici e la presenza di contaminanti.
Il National Center for Complementary and Integrative Health ha richiamato l’attenzione su problemi di qualità riscontrati in alcuni integratori contenenti cardo mariano, tra cui differenze tra contenuto dichiarato ed effettivo di silimarina e contaminazioni di natura chimica o microbiologica.
Queste osservazioni non autorizzano a considerare inaffidabili tutti i prodotti presenti sul mercato, ma mostrano perché la tracciabilità e i controlli analitici siano elementi sostanziali nella produzione di preparazioni vegetali.
Le precauzioni che accompagnano l’impiego erboristico
L’origine naturale di una preparazione non esclude la possibilità di reazioni indesiderate.
La documentazione EMA riporta, per i medicinali vegetali contenenti frutti di cardo mariano, possibili disturbi gastrointestinali, tra cui nausea, irritazione dello stomaco e diarrea. Sono state segnalate anche reazioni allergiche, talvolta importanti.
Particolare attenzione riguarda le persone allergiche alle Asteraceae, famiglia botanica alla quale appartengono anche altre piante comunemente diffuse.
La monografia europea riferita all’uso tradizionale prevede l’impiego negli adulti e indica la necessità di consultare un professionista sanitario quando i sintomi persistono oltre due settimane o peggiorano.
Per gravidanza e allattamento, la disponibilità limitata di dati di sicurezza non consente di considerare generalmente raccomandabile l’impiego medicinale delle preparazioni.
Un ulteriore aspetto riguarda le possibili interazioni con i farmaci. La ricerca ha esaminato gli effetti dei componenti del cardo mariano su diversi processi metabolici, ma le informazioni cliniche non permettono di generalizzare l’esistenza o l’entità di interazioni per tutte le preparazioni e tutte le terapie.
Nelle persone che assumono medicinali continuativamente, soprattutto in presenza di patologie epatiche o altre condizioni croniche, la valutazione medica o farmaceutica rimane necessaria prima di utilizzare prodotti vegetali concentrati.
Un disturbo attribuito genericamente al fegato può inoltre avere origini molto differenti. La presenza di sintomi persistenti, alterazioni degli esami ematici o una malattia epatica diagnosticata richiede accertamenti appropriati, senza sostituire i trattamenti prescritti con preparazioni erboristiche.
La trasformazione della materia prima e il valore della documentazione
La storia del cardo mariano mostra come una stessa specie botanica possa attraversare sistemi di conoscenza e tecniche produttive molto diversi.
Nella tradizione europea il riferimento era prevalentemente alla pianta e alle preparazioni conosciute dagli erboristi. Nella produzione contemporanea, invece, l’identificazione del materiale vegetale e la caratterizzazione chimica degli estratti consentono di descrivere con maggiore precisione ciò che viene effettivamente utilizzato.
La qualità della materia prima dipende da una sequenza di operazioni che comincia nella coltivazione e prosegue attraverso raccolta, essiccazione, conservazione ed estrazione. Ogni fase può incidere sulle caratteristiche del prodotto.
Le monografie farmaceutiche permettono di stabilire requisiti e criteri di controllo, mentre quelle dell’Agenzia europea per i medicinali definiscono il quadro scientifico e regolatorio delle preparazioni vegetali considerate.
I due livelli sono complementari, ma rispondono a domande differenti. La conformità della materia prima a determinati standard documenta caratteristiche qualitative; il riconoscimento di un uso tradizionale riguarda invece la storia d’impiego, la sicurezza e la plausibilità dell’efficacia per specifiche indicazioni.
La ricerca clinica deve affrontare un’ulteriore verifica: stabilire se una preparazione precisamente identificata produca benefici dimostrabili in determinate condizioni di salute.
È su questa distinzione che si fonda oggi la valutazione scientifica del cardo mariano. La documentazione botanica identifica la specie, la farmacognosia descrive i frutti e i loro componenti, mentre gli studi clinici devono verificare gli effetti delle formulazioni realmente somministrate.
Per questo, nelle preparazioni industriali, l’indicazione della specie botanica, della parte vegetale impiegata, del procedimento estrattivo e dell’eventuale titolo in silimarina costituisce un insieme di informazioni essenziali per distinguere prodotti che, pur riportando lo stesso nome botanico, possono avere composizioni sensibilmente differenti.
