Fino a 3,4 miliardi di persone nel mondo vivono senza un’abitazione sicura, adeguata e in condizioni soddisfacenti. Tra queste, oltre un miliardo risiede in insediamenti informali e baraccopoli, spesso con accesso limitato ai servizi essenziali. Sono le stime contenute nel World Cities Report 2026 di UN-Habitat, riprese dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) il 31 ottobre, in occasione della Giornata mondiale delle città.
Il messaggio dell’OMS riguarda una questione sanitaria precisa: le caratteristiche delle abitazioni possono aumentare il rischio di malattie, incidenti domestici e perdita di autonomia, soprattutto tra bambini, anziani e persone con disabilità.
Nella comunicazione firmata da Etienne Krug, direttore del Dipartimento OMS per i determinanti della salute, e Nathalie Roebbel, responsabile tecnico per la salute urbana, l’organizzazione invita governi e amministrazioni locali a considerare la qualità degli edifici nelle politiche di prevenzione.
L’obiettivo di garantire case salubri e accessibili richiede quindi interventi che coinvolgono sanità pubblica, edilizia, servizi sociali e pianificazione delle città.
Sovraffollamento e malattie: quando lo spazio diventa un problema sanitario
Il sovraffollamento abitativo rappresenta uno dei rischi individuati nelle Housing and Health Guidelines, le linee guida pubblicate dall’OMS nel 2018 e richiamate anche nella comunicazione del 2026.
Condividere spazi insufficienti può favorire la trasmissione di alcune infezioni respiratorie, soprattutto quando gli ambienti sono scarsamente ventilati. L’OMS richiama, tra le malattie associate al sovraffollamento, la tubercolosi.
La questione riguarda anche la possibilità di riposare, studiare e mantenere una sufficiente riservatezza. La mancanza di spazio personale, associata a rumore e condizioni abitative precarie, può contribuire allo stress e al peggioramento del benessere psicologico.
Il problema non coincide semplicemente con il numero di persone presenti in un appartamento. Per valutare l’affollamento occorre considerare la superficie disponibile, la distribuzione delle stanze e la composizione del nucleo familiare.
Le linee guida OMS raccomandano strategie per prevenire e ridurre il sovraffollamento. Si tratta di indicazioni che richiedono politiche abitative adeguate, perché la difficoltà economica delle famiglie può limitare concretamente la possibilità di scegliere una casa più grande.
Temperature interne, isolamento e conseguenze sulla salute
Una casa poco isolata può diventare pericolosa durante un’ondata di calore o nei periodi di freddo intenso. Le temperature interne estreme sono associate a effetti cardiovascolari e respiratori, con rischi particolarmente elevati per le persone fragili.
Per la stagione fredda, l’OMS indica 18 gradi centigradi come temperatura interna di riferimento generalmente sicura per la popolazione, nei Paesi con clima temperato o freddo. Alcune persone, tra cui anziani e individui con determinate condizioni di salute, possono richiedere temperature superiori.
Per il caldo eccessivo non esiste invece un’unica soglia domestica universalmente valida. I rischi dipendono dalla durata dell’esposizione, dall’umidità, dalle caratteristiche dell’edificio e dalle condizioni individuali.
Migliorare l’isolamento termico, controllare l’esposizione solare e garantire sistemi di ventilazione e climatizzazione appropriati può contribuire alla protezione degli occupanti. La progettazione deve però considerare contemporaneamente le esigenze estive e invernali.
L’accessibilità economica dell’energia costituisce un ulteriore elemento. Un impianto efficiente non garantisce condizioni salubri se una famiglia non riesce a sostenere le spese necessarie per riscaldare o raffrescare l’abitazione.
Il tema delle case salubri e accessibili comprende dunque anche la possibilità di mantenere temperature adeguate senza affrontare costi incompatibili con il reddito disponibile.
Inquinamento domestico: combustioni, umidità e qualità dell’aria
L’aria respirata negli ambienti chiusi dipende dalle caratteristiche dell’edificio, dalle attività svolte e dalle fonti di contaminazione presenti.
Secondo una scheda informativa OMS aggiornata nel dicembre 2025, circa 2,1 miliardi di persone nel mondo cucinano ancora utilizzando fuochi aperti o stufe inefficienti alimentate con combustibili inquinanti, tra cui biomasse, carbone e cherosene.
L’esposizione ai prodotti della combustione è associata a patologie respiratorie e cardiovascolari. L’OMS attribuisce all’inquinamento atmosferico domestico circa 2,9 milioni di decessi nel 2021, una stima riferita a uno specifico anno e non al totale dei rischi presenti negli edifici.
Sono dati globali, fortemente influenzati dalle condizioni energetiche dei Paesi a basso e medio reddito, che non possono essere trasferiti automaticamente alle abitazioni italiane.
Nei contesti europei assumono rilievo anche altri fattori, come umidità persistente, muffe, fumo di tabacco, radon e contaminanti provenienti da materiali o impianti.
Le linee guida OMS sulla qualità dell’aria interna collegano la presenza di umidità e muffe a una maggiore frequenza di sintomi respiratori, allergie e asma.
Una corretta ventilazione è utile, ma non risolve da sola infiltrazioni, ponti termici o altri difetti costruttivi che favoriscono la formazione di muffe. In questi casi occorre individuare e correggere la causa dell’umidità.
Barriere architettoniche e incidenti domestici
L’accessibilità rappresenta una componente sanitaria della qualità abitativa, soprattutto con l’invecchiamento della popolazione.
Scale senza alternative praticabili, ingressi con gradini, passaggi troppo stretti e servizi igienici difficili da utilizzare possono limitare l’autonomia delle persone con mobilità ridotta.
Un’abitazione accessibile deve consentire spostamenti sicuri e l’utilizzo delle funzioni essenziali. Rampe, ascensori, corrimano e bagni adattati sono possibili soluzioni, da valutare in relazione alle caratteristiche dell’immobile e alle esigenze degli occupanti.
Le linee guida OMS considerano inoltre i pericoli di lesioni domestiche, tra cui cadute, ustioni e altri incidenti associati a condizioni strutturali o manutentive inadeguate.
La progettazione di case salubri e accessibili deve quindi comprendere la sicurezza dei percorsi, l’illuminazione, la manutenzione degli impianti e la riduzione degli ostacoli che possono provocare incidenti.
Questi interventi possono favorire la permanenza delle persone anziane nella propria abitazione, riducendo alcune limitazioni che renderebbero necessaria un’assistenza più intensa.
Dalla salute degli edifici alle decisioni urbanistiche
Il richiamo dell’OMS arriva durante il World Cities Day 2026, dedicato al tema della rigenerazione urbana e degli alloggi adeguati per tutti.
La distinzione tra problemi sanitari e decisioni urbanistiche è essenziale. Un’esposizione prolungata al freddo, l’inalazione di sostanze nocive o un rischio di caduta costituiscono questioni di salute. Stabilire quali edifici riqualificare, come distribuire le risorse e quali standard applicare compete invece alle politiche edilizie e alle amministrazioni.
Le due dimensioni devono dialogare, senza essere confuse.
La riqualificazione di un quartiere può migliorare la qualità abitativa attraverso edifici più sicuri, servizi efficienti e spazi pubblici accessibili. Tuttavia, come osservato da UN-Habitat, l’aumento dei costi abitativi può spingere i residenti economicamente più fragili ad abbandonare le zone interessate dagli interventi.
Il diritto a case salubri e accessibili coinvolge pertanto sia le condizioni fisiche degli immobili sia la possibilità concreta di abitarli.
Il quadro italiano richiede indicatori specifici
Le stime mondiali diffuse dall’OMS descrivono realtà molto differenti, dagli insediamenti informali privi di servizi essenziali agli edifici urbani che presentano problemi di manutenzione o accessibilità.
Per valutare la situazione italiana servono indicatori nazionali ed europei.
Eurostat, ad esempio, ha rilevato che nel 2024 il 16,9% della popolazione dell’Unione europea viveva in abitazioni sovraffollate. L’indicatore utilizza criteri legati al numero di stanze e alla composizione familiare e non misura direttamente l’incidenza delle malattie.
Altri dati necessari riguardano l’incapacità di riscaldare adeguatamente la casa, la presenza di umidità, le condizioni degli edifici e il peso delle spese abitative sui redditi.
Anche l’interpretazione dei risultati richiede cautela: un alloggio energeticamente inefficiente, un appartamento sovraffollato e un edificio privo di ascensore presentano criticità differenti, che richiedono risposte specifiche.
Per le amministrazioni locali, la promozione di case salubri e accessibili può tradursi in una selezione degli interventi basata sulle vulnerabilità effettive: condizioni degli immobili, caratteristiche dei residenti, esposizione al caldo e al freddo, accessibilità e disponibilità economica.
La comunicazione OMS del 31 ottobre chiede proprio di coinvolgere le autorità sanitarie nelle decisioni su edilizia, urbanistica e finanziamenti. Una collaborazione che permetterebbe di valutare i programmi di riqualificazione anche in base alla loro capacità di ridurre rischi sanitari documentati, anziché considerarne esclusivamente i risultati edilizi ed energetici.
