Bambini partecipano a un'attività educativa in una scuola dell'infanzia.

Nel 2024 il 94,4% dei bambini dell’Unione europea tra i 3 anni e l’inizio della scuola primaria obbligatoria partecipava a programmi di educazione della prima infanzia. Il dato, pubblicato da Eurostat il 29 ottobre 2026, descrive una partecipazione ormai molto elevata, ma evidenzia differenze territoriali ancora significative. In metà delle regioni europee considerate è stato raggiunto l’obiettivo del 96% fissato per il 2030, mentre in altre aree la frequenza rimane sensibilmente inferiore.

La rilevazione riguarda 198 regioni per le quali sono disponibili informazioni statistiche confrontabili. Di queste, 99 hanno raggiunto o superato il traguardo europeo. All’estremo opposto, 17 presentano una partecipazione inferiore all’85%, con una concentrazione particolarmente evidente nell’Europa orientale.

Il quadro dell’istruzione prescolare in Europa mostra quindi una situazione articolata. Le differenze non riguardano esclusivamente i sistemi educativi nazionali: anche territori appartenenti allo stesso Paese possono registrare risultati differenti, rendendo necessario osservare la distribuzione geografica della frequenza e le caratteristiche locali dell’offerta educativa.

Le regioni europee che hanno già raggiunto l’obiettivo del 2030

Il traguardo europeo prevede che almeno il 96% dei bambini dai 3 anni fino all’età di ingresso nell’istruzione primaria obbligatoria partecipi a programmi educativi per la prima infanzia entro il 2030. Si tratta di uno degli obiettivi definiti nel quadro strategico europeo di cooperazione nell’istruzione e nella formazione per il periodo 2021-2030.

Secondo Eurostat, nel 2024 20 regioni dell’Unione europea hanno registrato una partecipazione del 100%. Nove si trovano in Francia e cinque in Belgio, Paesi che presentano livelli di frequenza particolarmente elevati.

Tra le aree che raggiungono la piena partecipazione figurano anche cinque regioni che comprendono capitali europee: Bruxelles, Île-de-France, Zagabria, Budapest e l’area metropolitana di Varsavia. Lo stesso risultato viene rilevato nella regione Centro del Portogallo e, utilizzando il livello territoriale disponibile per la Germania, ad Amburgo e nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore.

L’obiettivo del 96% risulta raggiunto da oltre metà delle regioni di Belgio, Danimarca, Germania, Spagna, Francia, Lituania, Ungheria, Polonia, Portogallo e Svezia. Anche il Lussemburgo soddisfa il parametro a livello nazionale.

La distribuzione geografica evidenzia una presenza consistente di territori dell’Europa occidentale tra quelli con i tassi più elevati. Non emerge però una separazione geografica netta: Budapest, Zagabria e Varsavia dimostrano che anche nell’Europa centrale e orientale esistono realtà con una partecipazione universale.

All’opposto, tutte le otto regioni statistiche della Romania presentano valori inferiori all’85%. Nella stessa fascia si collocano due regioni della Repubblica Ceca, due della Slovacchia e una della Croazia. Completano il gruppo la Corsica e Mayotte in Francia, una regione austriaca e una portoghese.

L’approfondimento contenuto nell’Annuario regionale Eurostat 2026 individua nella regione romena Nord-Est il valore più basso dell’Unione, pari al 70,6%. Complessivamente, quattro regioni della Romania e una della Slovacchia registrano una partecipazione inferiore al 75%.

Questi risultati aiutano a comprendere perché la media europea, pur vicina al traguardo del 2030, non descriva completamente le condizioni dell’istruzione prescolare in Europa. Un valore aggregato elevato può convivere con territori nei quali una quota consistente di bambini non frequenta i programmi educativi considerati.

Italia al 94%, con Campania e Lazio agli estremi della distribuzione

L’Italia registra nel 2024 una partecipazione nazionale del 94%, leggermente inferiore al 94,4% riportato nell’analisi regionale europea. Il dato nazionale è cresciuto rispetto al 91% del 2021, ma nasconde differenze territoriali che meritano attenzione.

La Campania raggiunge il 97,6%, seguita dalla Valle d’Aosta con il 97,4% e dalla Basilicata con il 97,3%. Superano il traguardo europeo anche Puglia e Calabria, entrambe al 96,9%, Abruzzo al 96,8%, Umbria al 96,6% e Sardegna al 96,1%.

La situazione cambia nelle regioni con i valori più contenuti. Il Lazio registra l’88,2%, risultando l’unica regione italiana sotto il 90%. Seguono la Provincia autonoma di Bolzano, con il 92,4%, la Lombardia, con il 92,5%, e l’Emilia-Romagna, con il 92,8%.

La distribuzione italiana presenta una caratteristica particolarmente interessante: le regioni meridionali ottengono, in diversi casi, risultati superiori a quelli delle aree settentrionali. Nel Mezzogiorno continentale la partecipazione raggiunge complessivamente il 97,2%, mentre nell’Italia centrale si ferma al 91,6%.

La geografia della frequenza prescolare non coincide dunque con quella della disponibilità di servizi per i bambini più piccoli.

Il Rapporto della Commissione europea sull’istruzione e la formazione in Italia del 2025 documenta infatti forti squilibri territoriali nell’offerta di servizi educativi per la fascia da zero a tre anni. In alcune regioni, come Umbria, Emilia-Romagna e Valle d’Aosta, i posti disponibili superano il 40% della popolazione infantile di riferimento, mentre in Campania e Calabria la copertura rimane inferiore al 12%.

I due indicatori misurano fenomeni diversi. La partecipazione prescolare dai 3 anni riflette principalmente la frequenza della scuola dell’infanzia e dei programmi educativi equivalenti; la copertura dei servizi per i bambini più piccoli riguarda invece un’altra fascia di età, con esigenze organizzative e modalità di accesso differenti.

È quindi possibile che un territorio presenti un’elevata frequenza della scuola dell’infanzia e, contemporaneamente, una disponibilità limitata di posti negli asili nido.

Cosa misura effettivamente la partecipazione all’educazione prescolare

La corretta interpretazione dei dati richiede di distinguere la partecipazione ai programmi educativi dalla semplice disponibilità di servizi di custodia.

Eurostat utilizza la classificazione internazionale ISCED 2011, che identifica al livello 0 i programmi di educazione della prima infanzia. Al suo interno vengono distinte l’educazione destinata ai bambini più piccoli, generalmente fino ai 3 anni, e quella prescolare rivolta alla fascia successiva, fino all’ingresso nella primaria.

L’indicatore pubblicato il 29 ottobre considera specificamente i bambini dai 3 anni all’età di inizio dell’istruzione primaria obbligatoria. Il numero dei partecipanti viene rapportato alla popolazione della corrispondente fascia anagrafica.

Sono compresi i programmi progettati per sostenere lo sviluppo cognitivo, fisico, sociale ed emotivo dei bambini. I servizi esclusivamente assistenziali, privi delle caratteristiche educative previste dalla classificazione internazionale, non vengono automaticamente conteggiati.

Anche l’età di ingresso nella primaria varia tra i Paesi. Questo elemento viene considerato nella costruzione dell’indicatore, ma richiede cautela quando si confrontano sistemi scolastici con organizzazioni differenti.

Un’ulteriore precisazione riguarda la Grecia, dove la raccolta dei dati prende avvio dai 4 anni. Eurostat segnala che questa caratteristica limita la confrontabilità del risultato con l’obiettivo europeo riferito alla fascia che parte dai 3 anni.

La pubblicazione regionale indica una media UE del 94,4%, mentre una precedente elaborazione nazionale diffusa da Eurostat nel maggio 2026 riportava il 95% per il 2024. I due valori appartengono a pubblicazioni e dataset differenti e non devono essere interpretati automaticamente come una variazione della partecipazione nel corso dello stesso anno.

Soprattutto, la partecipazione educativa non equivale all’obbligo scolastico. Il tasso misura quanti bambini frequentano determinati programmi, indipendentemente dal fatto che la frequenza sia prevista come obbligatoria dalla legislazione nazionale.

In Italia, per esempio, la scuola dell’infanzia accoglie generalmente bambini dai 3 ai 6 anni e non appartiene al percorso di istruzione obbligatoria. Il livello elevato della partecipazione non implica quindi l’esistenza di un obbligo di frequenza per quella fascia d’età.

Accessibilità e organizzazione territoriale dei servizi educativi

Le differenze regionali nell’istruzione prescolare in Europa sollevano una questione concreta: quanto incidono le caratteristiche territoriali sulla possibilità delle famiglie di accedere ai servizi?

La disponibilità di strutture, la loro distribuzione geografica, gli orari di apertura, i costi sostenuti dalle famiglie e le procedure di iscrizione sono elementi che possono condizionare l’utilizzo dei servizi educativi.

La Commissione europea, attraverso l’Education and Training Monitor 2025, individua nella disponibilità insufficiente di posti, soprattutto nei territori svantaggiati, uno degli ostacoli più frequenti all’accesso all’educazione e alla cura della prima infanzia. Vengono inoltre richiamati i costi, le difficoltà amministrative e la qualità dell’offerta.

Questi fattori assumono un peso diverso a seconda dell’organizzazione territoriale. In un’area urbana densamente popolata, per esempio, la questione può riguardare la capacità delle strutture di assorbire la domanda. Nei comuni periferici o scarsamente abitati, invece, possono diventare rilevanti le distanze, i collegamenti e la distribuzione dei plessi educativi.

Si tratta di meccanismi plausibili e documentati nella letteratura sulle politiche educative, ma il dato regionale Eurostat non consente, da solo, di stabilire quale sia la causa di una determinata percentuale di partecipazione.

Il caso italiano ne offre una dimostrazione. Il Lazio presenta una frequenza prescolare inferiore a quella di molte regioni meridionali, ma questa osservazione non permette di attribuire automaticamente il divario alla disponibilità delle strutture, ai comportamenti familiari o alle caratteristiche demografiche.

Per formulare spiegazioni servirebbero ulteriori informazioni sulla distribuzione comunale delle iscrizioni, sulle caratteristiche socioeconomiche delle famiglie, sulla popolazione residente per età e sull’organizzazione dei servizi.

Anche il raggiungimento del 100% in una regione va interpretato come risultato dell’indicatore statistico, non come prova che ogni singola famiglia disponga delle medesime opportunità di accesso o che non esistano problemi organizzativi.

Scuola dell’infanzia e asili nido, due indicatori da non sovrapporre

Il confronto europeo cambia sensibilmente quando si osservano i bambini di età inferiore ai 3 anni.

Secondo un’altra elaborazione della Commissione europea, basata sull’indagine europea sui redditi e sulle condizioni di vita, nel 2024 il 39,3% dei bambini sotto i 3 anni utilizzava servizi formali di educazione o cura nell’Unione europea.

Si tratta di un indicatore differente rispetto al 94,4% registrato per l’educazione prescolare. Cambiano la popolazione considerata, le modalità statistiche di rilevazione e le tipologie di servizi incluse.

Per la fascia sotto i 3 anni, l’Italia raggiunge il 39,4%, sostanzialmente in linea con la media europea. Il Paese risulta quindi molto vicino al dato comunitario per i servizi rivolti ai più piccoli, mentre presenta una partecipazione decisamente superiore nella fascia prescolare successiva.

Questa differenza è rilevante anche per la programmazione pubblica. Ampliare la disponibilità di posti negli asili nido e aumentare la frequenza della scuola dell’infanzia richiede interventi che possono interessare strutture, personale, finanziamenti e modelli organizzativi diversi.

Per l’Italia, il Piano nazionale di ripresa e resilienza prevede investimenti destinati all’espansione dei servizi educativi per la prima infanzia. Il rapporto della Commissione europea del 2025 indica un investimento di circa 3,2 miliardi di euro e una previsione di oltre 150.000 nuovi posti. Si tratta di capacità programmata, che non deve essere confusa con posti già effettivamente disponibili o utilizzati.

La realizzazione delle infrastrutture rappresenta inoltre soltanto una componente dell’accessibilità. La gestione ordinaria richiede personale, risorse per il funzionamento, servizi continuativi e condizioni economiche compatibili con le possibilità delle famiglie.

Il significato dei dati regionali per le politiche educative

L’istruzione prescolare in Europa viene monitorata anche per il suo rapporto con le opportunità educative successive. La frequenza di programmi strutturati può favorire lo sviluppo di competenze linguistiche, relazionali e cognitive, ma gli effetti dipendono dalle caratteristiche e dalla qualità delle attività proposte.

L’OCSE, nell’edizione 2026 di Education at a Glance, evidenzia come la partecipazione ai programmi educativi aumenti generalmente con l’età, fino a raggiungere livelli prossimi alla universalità intorno ai 4 o 5 anni in numerosi Paesi.

Una percentuale elevata di iscritti costituisce quindi un’informazione importante sull’accesso all’educazione, senza rappresentare una misura diretta della qualità dell’insegnamento o dei risultati di apprendimento.

Per questo motivo i dati territoriali possono essere utilizzati per individuare le aree nelle quali approfondire le condizioni di accesso, ma non sono sufficienti a valutare l’efficacia complessiva di un sistema educativo.

Un territorio con una partecipazione inferiore alla media potrebbe richiedere un’analisi dell’offerta disponibile, mentre in una regione che ha già raggiunto il 96% l’attenzione può concentrarsi sulla continuità dei servizi, sull’inclusione dei bambini in condizioni di svantaggio e sulla qualità educativa.

Il dato del 2024 fornisce comunque un riferimento preciso per la programmazione europea: 99 regioni su 198 hanno raggiunto il traguardo del 2030, mentre altre 99 risultano ancora al di sotto. All’interno di questo secondo gruppo convivono territori vicini all’obiettivo e regioni che presentano ritardi molto più marcati.

La distinzione è essenziale per interpretare i futuri aggiornamenti sull’istruzione prescolare in Europa. Un incremento della media comunitaria potrebbe verificarsi anche senza miglioramenti significativi nelle aree che registrano le maggiori difficoltà.

Per valutare l’effettivo avvicinamento all’obiettivo europeo sarà dunque necessario osservare, oltre al valore complessivo, l’evoluzione delle singole regioni e la riduzione delle distanze territoriali. Il dataset Eurostat dedicato alla partecipazione prescolare per regione, identificato dal codice educ_uoe_enra22, consente di seguire proprio questa dimensione del fenomeno, distinguendo i progressi locali dall’andamento generale dell’Unione.