Per il responsabile ambientale di un caseificio del Trevigiano, l’HSE di un’industria conserviera padovana, il consulente ambientale che segue una cantina vinicola del Friuli, l’argomento PFAS è passato in pochi anni da nicchia regolatoria a presidio operativo quotidiano. Le sostanze perfluoroalchiliche — PFAS, dall’inglese per- e polifluoroalchiliche — sono oltre 4.700 composti di sintesi secondo OECD, e fino a circa 14.000 secondo la definizione più ampia dell’EPA, caratterizzati da elevata persistenza ambientale e tendenza all’accumulo nelle matrici idriche e biologiche. Fino a pochi anni fa il loro presidio analitico era una pratica avanzata richiesta in casi specifici. Oggi è una richiesta sempre più sistematica da parte degli enti che rilasciano e rinnovano le autorizzazioni AIA degli impianti riceventi, con cui ogni produttore di rifiuti speciali industriali si confronta in fase di omologa.

Per chi gestisce reflui di processo e fanghi pompabili in un’azienda agroalimentare o chimico-metalmeccanica del Triveneto, l’effetto pratico di questa evoluzione è preciso: un’omologa approvata anche solo dodici o ventiquattro mesi fa, senza il presidio all’interno dell’analisi di caratterizzazione dei parametri PFAS oggi richiesti dagli impianti di destinazione, può ritrovarsi inutilizzabile dall’oggi al domani a seguito di prescrizioni o imposizioni applicate repentinamente dagli organi autorizzativi.

Il rischio operativo non è teorico né puntuale: si traduce in prescrizioni regionali, provinciali o autorizzative con efficacia immediata o ravvicinata, capaci di rendere contemporaneamente non conformi tutte le omologhe del produttore non aggiornate ai nuovi parametri PFAS richiesti dagli impianti di destino, bloccando l’intera filiera di smaltimento e recupero proprio nel momento in cui la produzione non può fermarsi.

Le pagine seguenti riepilogano lo scenario regolatorio italiano sui PFAS al 2026, la traduzione operativa che ne stanno facendo gli impianti riceventi del Triveneto, e le azioni concrete per il responsabile ambientale, l’HSE o il consulente ambientale di un’azienda industriale.

Il quadro regolatorio italiano sui PFAS al 2026

Il quadro normativo italiano sui PFAS si è progressivamente strutturato negli ultimi anni a partire da quattro direttrici principali. La prima è la Direttiva UE 2020/2184 sulle acque destinate al consumo umano, recepita in Italia con il D.Lgs 18/2023, che ha introdotto soglie precise per la presenza di PFAS nell’acqua potabile e ha contribuito ad alzare l’attenzione complessiva sull’intera filiera idrica nazionale. La seconda direttrice è il Regolamento UE 2019/1021 sui POPs, che ha posto restrizioni vincolanti su PFOS e composti correlati come inquinanti organici persistenti, con effetti diretti anche sulla gestione dei rifiuti che li contengono. La terza è il D.Lgs 152/2006 (TUA), nella sua Parte Terza per scarichi e limiti tabellari e nella sua Parte Quarta per la gestione dei rifiuti — i due riferimenti normativi entro cui le Regioni e gli enti autorizzativi territoriali declinano i propri requisiti specifici. La quarta direttrice, in prospettiva, è la proposta ECHA del gennaio 2023 di restrizione dei PFAS come classe, attualmente in iter europeo, che orienterà l’evoluzione regolatoria dei prossimi anni anche sul piano industriale.

Per il produttore industriale, l’effetto di questo scenario è una progressiva imposizione, da parte degli enti che rilasciano o rinnovano le autorizzazioni AIA degli impianti riceventi, di parametri analitici PFAS sui flussi in ingresso. La logica regolatoria è chiara: l’impianto AIA è autorizzato a trattare determinati flussi di rifiuti speciali entro determinati parametri qualitativi; per garantire che i flussi conferiti rispettino quei parametri, l’impianto stesso impone al produttore di documentarli nelle proprie analisi di caratterizzazione. Il PFAS diventa così un parametro di omologa, alla pari di COD, BOD5, metalli o solidi sospesi totali.

Il caso del Veneto è oggi il riferimento operativo più avanzato a livello nazionale. Da diversi anni la Regione integra i limiti PFAS nelle autorizzazioni AIA degli impianti, in sede di rilascio e di riesame, con un’estensione progressiva dei parametri richiesti. La direzione è netta e in consolidamento, anche se l’applicazione non è ancora uniforme tra gli impianti: alcuni hanno già recepito il parametro nei capitolati di omologa, altri sono in fase di adeguamento.

Cosa chiedono oggi gli impianti riceventi

Sul piano operativo, gli impianti riceventi che operano in regime D8 (trattamento biologico), D9 (trattamento fisico-chimico) o R3 (recupero di sostanze organiche), per i flussi agroalimentari e industriali del Triveneto stanno integrando nei propri capitolati di omologa la richiesta esplicita di parametri PFAS. La richiesta non è uniforme tra impianti: alcuni chiedono la somma di un set ristretto di composti considerati indicatori (i PFAS più diffusi e persistenti nelle matrici industriali), altri richiedono un panel allargato che include un numero maggiore di congeneri.

Questa eterogeneità è un livello aggiuntivo di complessità per il produttore. Una stessa azienda agroalimentare che lavora con più di un impianto ricevente — situazione frequente quando si gestiscono diversi codici CER, dai reflui di lavaggio CER 02 07 01 ai fanghi CER 02 07 05 nel comparto vinicolo, o dagli scarti CER 02 05 01 ai fanghi da trattamento degli effluenti CER 02 05 02 nel lattiero-caseario — può trovarsi a documentare panel PFAS diversi per impianti diversi. Senza un coordinamento centralizzato della filiera analitica, ne conseguono moltiplicazione delle analisi, allungamento dei tempi di omologa e aumento dei costi di laboratorio.

Il rischio concreto per il produttore che non presidia il tema, però, non si manifesta tanto sul singolo carico quanto sull’intera filiera, in tempi molto rapidi. La logica regolatoria con cui Regione e Provincia operano sul tema è quella della prescrizione diretta agli impianti AIA: gli enti che rilasciano e rinnovano le autorizzazioni notificano agli impianti del territorio una scadenza — “entro e non oltre” una data definita, in alcuni casi con efficacia immediata — oltre la quale gli impianti non possono più accettare conferimenti accompagnati da omologhe che non includano analisi di caratterizzazione aggiornate con i nuovi parametri analitici PFAS richiesti. Da quel momento, ogni omologa del produttore non aggiornata è automaticamente fuori uso su tutti gli impianti del territorio interessati dal provvedimento, contemporaneamente.

L’effetto operativo è netto: il giorno prima si conferiva regolarmente, il giorno dopo nessuno degli sbocchi autorizzati su quel codice CER è più disponibile. Il refluo o il fango pompabile resta in stabilimento, le vasche di stoccaggio si saturano al ritmo della produzione, e il fermo di linea diventa una possibilità concreta misurabile in giorni. La sequenza di recupero — campionamento, analisi PFAS, integrazione del certificato, redazione della nuova omologa, accettazione formale degli impianti — richiede tempi che, in modalità reattiva, sono incompatibili con la continuità di una cantina in vendemmia, di un caseificio in piena lavorazione o di un’industria conserviera in campagna.

La protezione strutturale rispetto a questo rischio non è analitica: è relazionale e anticipatoria. Un fornitore che mantiene un dialogo tecnico costante con gli impianti riceventi del proprio network conosce, settimane o mesi prima, l’orientamento degli enti autorizzativi sui parametri analitici di nuova richiesta. Le prescrizioni regionali e provinciali non emergono dal nulla: vengono anticipate agli impianti nei tavoli tecnici, nei rinnovi AIA in istruttoria, nei confronti operativi che precedono i provvedimenti formali. Un fornitore inserito in questo flusso informativo può partire con largo anticipo, prima ancora che il decreto diventi esecutivo, ad aggiornare le analisi di caratterizzazione del proprio portafoglio clienti, integrando proattivamente i parametri PFAS, aggiornando le omologhe interne e la documentazione presso gli impianti finali. Quando la prescrizione regionale entra in vigore, il portafoglio è già allineato; il giorno dopo il provvedimento, i conferimenti continuano regolarmente. Per il cliente industriale è la differenza fra continuità produttiva e blocco di filiera.

Il ruolo del campionatore abilitato e del laboratorio analitico partner

Il presidio dei PFAS in fase di omologa richiede una catena tecnica integrata, in cui il fornitore di servizi ambientali svolge tre funzioni distinte ma coordinate. La prima funzione è quella del campionatore abilitato che si reca presso lo stabilimento del cliente con personale formato e materiali idonei. Il campionamento per PFAS richiede contenitori dedicati e procedure validate per evitare contaminazioni crociate, in particolare per i panel più sensibili e per le matrici a basso tenore, oltre a tracciatura della catena di custodia conforme alle norme tecniche di riferimento per il prelievo (UNI EN ISO 5667 e correlate). Un campionamento mal gestito può produrre analisi non rappresentative del refluo reale, con conseguenze a cascata sull’omologa.

La seconda funzione è quella del dialogo tecnico con il laboratorio analitico partner. Le analisi PFAS richiedono strumentazione specifica — tipicamente cromatografia liquida accoppiata a spettrometria di massa ad alta risoluzione, LC-MS/MS o HRMS — e laboratori che dispongano dei metodi accreditati per i panel richiesti dagli impianti finali. Un fornitore strutturato sul comparto agroalimentare e industriale costruisce con il laboratorio partner una relazione operativa stabile, in cui i panel analitici vengono progettati a monte sulla base delle richieste degli impianti riceventi del proprio network. La differenza pratica è netta: invece di reagire articolo per articolo ai requisiti del singolo impianto, il fornitore allinea proattivamente le omologhe ai panel più esigenti, anticipando le richieste e proteggendo il cliente dal blocco di filiera.

La terza funzione è il raccordo continuativo con gli impianti finali: il dialogo tecnico con i dirigenti permette di anticipare l’evoluzione delle richieste analitiche e di integrarle nelle omologhe del portafoglio prima che diventino vincolo formale. Per dare un ordine di grandezza, una struttura organizzata sul comparto agroalimentare e industriale del Triveneto gestisce circa 250 campionamenti l’anno sul portafoglio clienti, con presidio centralizzato della filiera analitica.

Lo scadenziario di aggiornamento delle omologhe

Le omologhe dei rifiuti speciali hanno scadenza definita, tipicamente annuale, oltre la quale vanno rinnovate con nuove analisi di caratterizzazione. La pratica più diffusa nel mercato è il rinnovo reattivo: si interviene quando la scadenza è prossima, o — caso peggiore — quando è già stata superata. Sul tema PFAS questo approccio è particolarmente fragile, perché le richieste degli impianti finali evolvono in tempi più rapidi della scadenza dell’omologa: un’omologa rinnovata oggi può non essere più adeguata fra sei mesi se nel frattempo l’AIA dell’impianto è stata aggiornata.

Una pratica più robusta è il follow-up sistematico circa due mesi prima di ciascuna scadenza. Questo anticipo consente di pianificare il campionamento, integrare i parametri PFAS più recenti richiesti dagli impianti del network, completare le analisi, aggiornare l’omologa presso gli impianti finali, e mantenere la documentazione costantemente valida senza interruzioni. Applicato a un portafoglio di centinaia di omologhe diverse, lo scadenziario analitico proattivo richiede coordinamento sistematico tra reparto operativo, laboratorio partner e impianti finali: è una funzione strutturale del fornitore, non un servizio a richiesta del cliente.

Cinque azioni per il responsabile ambientale

Per il responsabile ambientale, l’HSE o il consulente ambientale che voglia oggi mettere sotto controllo il rischio PFAS sui propri flussi di rifiuti, le azioni concrete sono cinque.

Primo: verificare se le analisi di caratterizzazione e le omologhe attive sui propri codici CER includono parametri PFAS, e con quale panel. Un’analisi di caratterizzazione senza presidio PFAS porta a un’omologa potenzialmente fuori uso al primo aggiornamento autorizzativo richiesto dall’ente competente all’impianto ricevente.

Secondo: chiedere al proprio fornitore di servizi ambientali quali siano le richieste PFAS aggiornate degli impianti riceventi a cui i flussi vengono attualmente conferiti. Se il fornitore non ha la risposta, il fornitore non sta presidiando la filiera analitica per conto del cliente — è un trasportatore o un intermediario, non un partner.

Terzo: verificare la frequenza con cui le omologhe vengono rinnovate e se il rinnovo è programmato in anticipo o reattivo. Il rinnovo reattivo, sul tema PFAS, è strutturalmente in ritardo rispetto all’evoluzione delle richieste degli impianti.

Quarto: verificare che il campionamento sia eseguito da personale abilitato con materiali dedicati ai PFAS, e che il laboratorio analitico utilizzato sia accreditato sui metodi richiesti dagli impianti finali.

Quinto: verificare la copertura di impianti alternativi nel network del fornitore, per il caso in cui un impianto ricevente diventi indisponibile per saturazione, manutenzione o aggiornamento autorizzativo.

PFAS e omologhe: perché agire prima della prescrizione regionale

La gestione dei PFAS nei reflui industriali e agroalimentari del Triveneto non è più un capitolo opzionale dell’omologa: è il parametro che, da una prescrizione regionale o provinciale all’altra, determina se l’intera filiera di smaltimento di un’azienda continua a funzionare regolarmente o può rendere rapidamente inutilizzabili le omologhe non aggiornate sugli impianti interessati dal provvedimento. Un fornitore strutturato sul comparto presidia direttamente la filiera analitica, mantiene il dialogo tecnico continuativo con i dirigenti degli impianti riceventi del proprio network, anticipa le prescrizioni autorizzative e aggiorna le omologhe del portafoglio clienti prima che il decreto diventi esecutivo. Per chi opera nell’agroalimentare o nel chimico-metalmeccanico del Triveneto, la verifica della copertura PFAS sulle omologhe attive è il primo controllo da fare oggi sul proprio fornitore.

Per approfondimenti tecnici sull’analisi e classificazione rifiuti con parametri PFAS, il riferimento è Protego Ambiente, azienda che si occupa della gestione dei reflui industriali nel territorio del Triveneto.