L’Italia si colloca sotto la media europea per retribuzione annua dei lavoratori dipendenti, anche dopo la correzione statistica che permette di confrontare gli stipendi indipendentemente dalla diffusione del part-time. Nel 2024, ultimo anno per il quale è stato possibile verificare una serie completa di dati Eurostat, la retribuzione media italiana equivalente a tempo pieno era di 33.523 euro lordi annui, contro i 39.808 euro dell’Unione europea. Una differenza di 6.285 euro, pari a circa il 15,8%.
Il 5 novembre 2026 è la data prevista dal calendario ufficiale Eurostat per la pubblicazione del nuovo aggiornamento relativo al 2025. Al momento della verifica, tuttavia, i valori della nuova annualità non risultano ancora disponibili nella banca dati consultabile. Il confronto documentato resta quindi quello del 2024, senza attribuire al 2025 cifre non confermate.
L’indicatore, denominato Average full-time adjusted salary per employee, consente di osservare gli stipendi medi in Europa attraverso un criterio armonizzato. È uno strumento particolarmente utile per confrontare Paesi nei quali la quota di occupati a tempo parziale, la struttura produttiva e le caratteristiche del mercato del lavoro possono essere molto differenti.
Italia sotto la media europea: quanto guadagnano i lavoratori negli altri Paesi
Il confronto del 2024 evidenzia distanze considerevoli tra le economie europee. Il Lussemburgo registra una retribuzione media annua equivalente a tempo pieno di 82.969 euro, seguito dalla Danimarca con 71.565 euro e dall’Irlanda con 61.051 euro.
Fra le principali economie continentali, la Germania raggiunge 53.791 euro e la Francia 43.790 euro. Entrambe superano la media UE, mentre Italia e Spagna si collocano al di sotto, con valori molto vicini: rispettivamente 33.523 e 33.700 euro.
La differenza rispetto alla Germania supera dunque i 20.000 euro annui, mentre quella nei confronti della Francia è superiore ai 10.000 euro. Si tratta di distanze calcolate sulle retribuzioni lorde nominali, prima di considerare le differenze fiscali e il costo della vita.
Nella parte inferiore della distribuzione compaiono Bulgaria, Grecia e Ungheria. Nel 2024 i rispettivi valori erano di 15.387, 17.954 e 18.461 euro.
Questi numeri mostrano quanto siano eterogenei gli stipendi medi in Europa, anche all’interno di un mercato caratterizzato da regole comuni e da una crescente integrazione economica.
La collocazione italiana assume particolare rilievo perché riguarda una delle maggiori economie dell’Unione. Un livello retributivo inferiore alla media europea può dipendere da diversi fattori, tra cui la composizione dell’occupazione per settore, la produttività, le qualifiche professionali, la struttura delle imprese e le dinamiche della contrattazione salariale.
Il dato aggregato, tuttavia, non permette di stabilire quanto ciascuno di questi elementi contribuisca alla distanza osservata. Per individuare le cause occorrono analisi che distinguano settori economici, categorie professionali e caratteristiche dei lavoratori.
Come funziona la correzione delle retribuzioni per il tempo pieno
La particolarità dell’indicatore Eurostat riguarda il metodo di calcolo. Confrontare semplicemente tutte le retribuzioni annuali significherebbe mettere insieme persone che lavorano a tempo pieno e dipendenti con orari ridotti.
Nei Paesi dove il part-time è particolarmente diffuso, una media non corretta potrebbe risultare più bassa anche per effetto del minor numero di ore lavorate, senza indicare necessariamente retribuzioni inferiori a parità di impegno orario.
Eurostat affronta il problema attraverso una procedura che combina le informazioni dei conti nazionali con quelle dell’indagine europea sulle forze di lavoro, la Labour Force Survey.
La prima componente è la retribuzione media annua lorda per dipendente, calcolata dividendo il totale dei salari e degli stipendi registrati nei conti nazionali per il numero dei lavoratori dipendenti.
La seconda componente riguarda l’orario abituale di lavoro. L’istituto statistico costruisce un coefficiente utilizzando il rapporto tra le ore settimanali abituali dei dipendenti a tempo pieno e quelle dell’insieme dei dipendenti.
Applicando questo rapporto alla retribuzione media si ottiene il valore equivalente a tempo pieno.
In termini pratici, la correzione riduce l’effetto statistico delle differenze nella diffusione del lavoro part-time, rendendo il confronto internazionale più omogeneo.
Non significa, però, che Eurostat stia misurando esclusivamente gli stipendi realmente percepiti dai dipendenti assunti a tempo pieno. Il risultato è una stima armonizzata costruita sull’intera popolazione dei lavoratori dipendenti.
Esistono inoltre limiti metodologici. Le rilevazioni sull’orario abituale considerano principalmente il lavoro principale e possono non rappresentare completamente le ore dedicate a eventuali seconde occupazioni. Anche il perimetro dei conti nazionali e quello dell’indagine sulle forze di lavoro non coincidono perfettamente.
Queste differenze possono essere particolarmente rilevanti in economie di piccole dimensioni caratterizzate da importanti flussi di lavoratori transfrontalieri, come il Lussemburgo.
Quanto sono aumentati gli stipendi nell’Unione europea
La serie storica permette di osservare anche l’evoluzione delle retribuzioni. Nel 2023 la media europea era di 37.840 euro, mentre nel 2024 ha raggiunto 39.808 euro.
L’aumento nominale è stato di circa il 5,2%, come evidenziato nella pubblicazione Eurostat del 12 novembre 2025.
In Italia la retribuzione media equivalente a tempo pieno è passata da 32.650 euro nel 2023 a 33.523 euro nel 2024, con un incremento di circa il 2,7%.
La crescita italiana è stata quindi inferiore a quella dell’aggregato europeo. Il divario nominale rispetto alla media UE è passato da 5.190 a 6.285 euro.
Si tratta di un confronto significativo, ma circoscritto all’evoluzione delle retribuzioni espresse a prezzi correnti. Un aumento dello stipendio lordo, infatti, non equivale automaticamente a un miglioramento della capacità di acquisto.
Per capire quanto sia cambiato effettivamente il benessere economico dei lavoratori è necessario considerare anche l’inflazione.
La distinzione è particolarmente importante quando si analizzano gli stipendi medi in Europa negli anni successivi alle forti tensioni sui prezzi energetici e sui beni di consumo.
Una retribuzione che aumenta del 3% in un anno nel quale i prezzi crescono del 4% registra una perdita di potere d’acquisto, nonostante l’incremento nominale. L’esempio è puramente illustrativo, ma chiarisce perché l’andamento dei salari debba essere valutato insieme a quello dei prezzi.
Le statistiche nominali consentono di misurare quanto cresce la remunerazione espressa in euro. Le serie a prezzi costanti permettono invece di analizzare le variazioni reali, depurando gli importi dall’effetto dell’inflazione.
Perché uno stipendio più alto non significa necessariamente vivere meglio
Il confronto tra Lussemburgo, Germania, Italia e Bulgaria presenta un limite immediato: mille euro non permettono di acquistare ovunque la stessa quantità di beni e servizi.
I livelli dei prezzi variano sensibilmente tra i Paesi europei. Abitazione, trasporti, alimentazione e servizi possono avere costi molto diversi, modificando il valore effettivo delle retribuzioni.
Per questa ragione gli stipendi medi in Europa espressi in euro nominali non rappresentano una graduatoria completa del potere d’acquisto dei lavoratori.
Un confronto più approfondito può utilizzare le parità di potere d’acquisto, strumenti statistici che consentono di tenere conto delle differenze nei livelli dei prezzi tra economie nazionali.
L’OCSE pubblica, per esempio, indicatori sulle retribuzioni medie annuali convertite attraverso queste parità, oltre a serie corrette per l’andamento dei prezzi nel tempo.
Le diverse misure non devono essere considerate intercambiabili. Gli indicatori OCSE possono adottare definizioni, fonti e procedure di elaborazione differenti rispetto alla specifica serie Eurostat sulle retribuzioni annue equivalenti a tempo pieno.
Il costo della vita, inoltre, può cambiare notevolmente anche all’interno dello stesso Paese. La spesa per l’abitazione in una grande città può essere molto diversa da quella sostenuta in un centro di dimensioni inferiori.
Un indicatore nazionale non riesce a rappresentare tutte queste differenze territoriali.
A complicare il confronto interviene il trattamento fiscale delle retribuzioni. I valori Eurostat considerati sono lordi e non indicano direttamente quanto un dipendente riceva sul conto corrente.
Imposte sui redditi, contributi sociali e detrazioni possono modificare sensibilmente il rapporto tra stipendio lordo e reddito netto disponibile. Anche la composizione del nucleo familiare e l’eventuale accesso a trasferimenti pubblici incidono sulle risorse economiche effettivamente utilizzabili.
La media salariale non descrive quanto guadagna il lavoratore più comune
Un ulteriore problema riguarda l’interpretazione della media.
Il valore di 33.523 euro attribuito all’Italia per il 2024 non significa che la maggioranza dei dipendenti percepisca esattamente quella retribuzione. La media aritmetica risente infatti della presenza di stipendi particolarmente elevati.
Quando una quota relativamente limitata di lavoratori percepisce remunerazioni molto superiori a quelle del resto degli occupati, la media può risultare sensibilmente più alta della retribuzione tipica.
Per comprendere meglio la distribuzione degli stipendi occorre affiancare alla media altri indicatori, a partire dalla mediana, che divide la popolazione considerata in due gruppi di uguale numerosità.
Anche le differenze tra lavoratori giovani e anziani, uomini e donne, dipendenti qualificati e non qualificati richiedono rilevazioni specifiche.
L’indicatore Eurostat sulle retribuzioni annue equivalenti a tempo pieno viene elaborato per l’economia complessiva e non fornisce direttamente una scomposizione per professione o settore.
Di conseguenza, non può essere utilizzato per stabilire quanto dovrebbe guadagnare un ingegnere, un impiegato amministrativo oppure un lavoratore della ristorazione in un determinato Paese.
Un altro elemento riguarda la composizione dell’occupazione. Due economie possono registrare salari medi differenti perché impiegano quote diverse di lavoratori in attività ad alta e bassa remunerazione.
La presenza di un ampio settore finanziario, tecnologico o industriale ad alta produttività può influenzare il risultato nazionale. Analogamente, un’elevata incidenza di attività caratterizzate da retribuzioni più contenute può contribuire ad abbassare la media complessiva.
Il confronto resta utile, purché non venga interpretato come una misura diretta della retribuzione di ogni singola categoria professionale.
Cosa chiarirà l’aggiornamento Eurostat relativo al 2025
La pubblicazione programmata per il 5 novembre 2026 permetterà di aggiornare il confronto degli stipendi medi in Europa all’anno 2025, una volta disponibili i nuovi valori ufficiali.
Per l’Italia saranno particolarmente significativi tre elementi: l’importo medio annuo espresso in euro, la variazione rispetto al 2024 e la distanza dalla media complessiva dell’Unione.
Quest’ultimo dato consentirà di verificare se il divario nominale si sia ridotto oppure ampliato. Un incremento delle retribuzioni italiane, preso isolatamente, non sarebbe sufficiente per dimostrare un recupero rispetto agli altri Paesi: occorrerebbe confrontarlo con la crescita registrata nell’intera UE.
Andrà inoltre verificato se la nuova annualità comporterà revisioni dei valori precedenti, possibilità ordinaria nelle statistiche costruite a partire dai conti nazionali.
La pubblicazione dei dati non equivale infatti alla fissazione definitiva di tutti i valori storici. Gli aggiornamenti delle informazioni trasmesse dagli Stati membri possono produrre successive revisioni.
Il confronto del 2025 servirà anche a distinguere due questioni spesso sovrapposte nel dibattito economico italiano: la crescita degli stipendi in valore assoluto e il recupero del ritardo retributivo rispetto agli altri Paesi europei.
Sono fenomeni collegati, ma possono seguire traiettorie differenti.
Per valutare il secondo occorre osservare la posizione relativa dell’Italia, utilizzando la medesima metodologia statistica e lo stesso periodo di riferimento. Per valutare il miglioramento effettivo delle condizioni economiche dei dipendenti occorre invece integrare i dati nominali con quelli sulle retribuzioni reali e sul potere d’acquisto.
Il riferimento verificabile rimane, per ora, quello del 2024: una retribuzione italiana equivalente a tempo pieno inferiore di quasi 6.300 euro alla media annua dell’Unione europea, con una crescita nominale più contenuta rispetto all’aggregato UE tra il 2023 e il 2024.
